Mauro Centrella: l’antiquario dall’anima soul

di Nerolla

Un salottino italiano degli anni Sessanta, in faggio con tappezzeria nera, rifatto a regola d’arte è uno degli ultimi pezzi pregiati restaurati dall’antiquario Mauro Centrella. Napoletano classe 1963, a soli 20 anni ha aperto a Fiumicino (Roma) la ditta “Antiquasi”, trattando fino al 1995 esclusivamente vetri francesi di inizio Novecento, per poi occuparsi di mobili déco, restaurandoli nel proprio laboratorio. “Il restauro – racconta – è un po’ come la musica, insegna la pazienza e l’amore”. Nel corso degli anni Mauro Centrella ha aggiunto alla sua attività anche mobili e oggetti di design. Espositore assiduo delle mostre e fiere più importanti del settore, è appena rientrato da Mercanteinfiera di Parma, il grande appuntamento annuale dedicato ad antiquariato, collezionismo vintage e design storico.

Com’è andata a Mercanteinfiera?

“Nella norma, visto il periodo è già un successo”.

Qual è il polso del mercato antiquariato oggi tra il Covid e la guerra in Ucraina?

“L’antiquariato riguarda il popolo più ricco. Una persona agiata, quando ha deciso che vuole rifare casa e acquistare un mobile o un oggetto, lo fa. In genere, ci vuole ben più di un Covid per abbattere questo tipo di economia. Tutto sommato, quindi, quelli che fanno il nostro lavoro ad un certo livello, sono stati poco toccati dagli eventi avversi di questo periodo. I mercatini possono averne risentito un po’, perché riguardano un pubblico medio basso. Quando, invece, uno si affaccia ad un pubblico di fascia medio alta, ne risente abbastanza poco, almeno per il momento è andata così. Anzi, con il Covid si è lavorato anche di più, perché stando a casa in molti hanno riconsiderano l’assetto della vivibilità dei propri spazi”.

Questa è una bella ventata di ottimismo.

“È la realtà. Magari abbiamo venduto sui siti, cambiando il luogo di vendita, perché fisicamente nei mercati e nelle fiere non ci siamo stati. La stessa fiera di Parma ha saltato almeno un’edizione. Facendo un esempio da un altro settore, quello automotive, possiamo considerare che le vendite delle Mercedes e delle Ferrari non sono diminuite, ma magari hanno sofferto quelle della Cinquecento o della piccola Renault, perché come al solito queste congiunture toccano i più poveri”.

Ha questa attività di antiquariato dal 1983, quindi è da tantissimo che sta sul mercato.

“Sono quasi quarant’anni ormai”.

Come ha scelto il nome “Antiquasi” per la sua ditta?

“Questo nome non l’ho dato subito all’azienda, ma qualche anno dopo quando, negli anni Novanta circa, ho aperto un negozietto dove ho cominciato a vendere articoli degli anni Trenta e Quaranta, che al tempo erano considerati ‘quasi antico’, non erano giudicati antico. In seguito, è scoppiata la moda del design, ma quando ne parlavo io nemmeno se ne accennava. Quindi, è un nome dettato dall’essere io un precursore del campo”.

Ha cominciato con i vetri francesi di inizio Novecento e poi è passato ai mobili déco e articoli di design…

“Vero, ma se mi capita un bel vetro di inizio Novecento lo compro e lo vendo, così come faccio con un bel mobile déco o di design. Il mio è un lavoro che comporta competenze specifiche. Io ho sempre lavorato settorialmente, non ho mai fatto tutto. Molti dei miei colleghi portano in fiera qualsiasi genere di cosa, di qualsiasi epoca gli capita; io, invece, ho sempre scelto cosa trattare. All’inizio facevo vetri francesi esclusivamente del Novecento, con attenzione alle grandi firme, le più famose come Gallé, Schneider, Daum, ecc. Poi dopo sono passato al mobilio, sempre francese del Novecento, come Majorelle, e qualcosa di italiano come Basile. Dopo che per tanti anni ho fatto solo déco, sempre tenendo anche Gallé, ho associato il design. Il mio lavoro si fonda sulla conoscenza approfondita, su quanto possa valere un pezzo, in modo da essere pronto a comprarlo e pagarlo il meno possibile; ma anche il più possibile, per non farselo scappare. La competenza è fondamentale per acquisire un mobile o un oggetto di cui se ne conosce perfettamente il valore, quando li si trovano ad un prezzo che dà modo di rivenderli e guadagnarci”.

Qual è il cuore della sua attività ora?

“Tratto ancora déco. Sui libri c’è scritto che è un periodo che va dagli anni Venti ai Quaranta, ma secondo me il déco comincia molto prima, quando si fa l’ultima esposizione a Parigi dell’Art Nouveau. Possiamo dire, infatti, che è già déco almeno nel Quindici. Io ho un magazzino pieno di mobili e oggetti del Quindici, del Venti, ma tratto più le cose degli anni Quaranta e Cinquanta, subito dopo il déco. Negli anni del Dopoguerra il mobile è già molto moderno ed effettivamente di design, perché si tiene conto molto del disegno del mobile. Il mobile del Settecento e dell’Ottocento aveva un disegno, ma si vendeva per la qualità e per il senso dell’usato. Col mobile déco nasce il mobile veramente moderno, il mobile per tutti, quindi non più massello, ma costruzione spesso industriale; anzi, le costruzioni più prestigiose non sono mai dell’artigiano, ma sempre della fabbrica che fa il mobile, magari disegnato da nomi altisonanti come può essere Gio Ponti o Merighi. Quindi, tratto anche questo mobile che, essendo più moderno, può essere facilmente inseribile nelle case odierne. Secondo me, infatti, il design fa la casa sfiziosa, simpatica; mentre il déco fa la casa importante. C’è gente molto ricca che vuole fare casa importante e non simpatica; quindi, un bel tavolo déco risponde a questa esigenza di prestigio. Il design, invece, è un po’ più sbarazzino, va più verso i giovani o comunque gente che non vuole mostrare e che vuole una casa simpatica da vivere”.

Del restauro dei mobili se ne occupa in prima persona?

“Certo, sono uno pignolo e preferisco così. Vero è che in questo momento ho con me una ragazzetta ventiquattrenne, Egizia, che vuole imparare il mestiere. Facendo io in prima persona il restauro, curo solo poche cose per me ed evito, a meno che si tratti di qualche cliente a cui tengo, di fare restauri esterni perché, oltretutto, dovrei chiedere un sacco di soldi per la cura e la pignoleria con i quali eseguo i restauri. Io, quindi, mi occupo in prima persona dell’acquisto, del restauro e della vendita”.

Al laboratorio di restauro a Fiumicino, affianca ancora il negozio?

“No, il negozio l’ho chiuso perché io faccio anche altro. Sono musicista per l’altro cinquanta per cento della mia vita. A 50 anni mi sono iscritto al Conservatorio e sto ancora dando gli ultimi esami”.

Quale strumento musicale suona?

“Io sono un cantante, ma mi sto specializzando in Sassofono Jazz”.

Fa anche concerti?

“Certo. Col Covid non mi sono più esibito, ma suono con dei musicisti anche di buon livello”.

Avete un nome come band?

“Io collaboro con diverse situazioni. Le mie band sono varie. Già negli anni Novanta ho avuto un gruppo reggae in cui cantavo le canzoni che ho scritto in napoletano reggae, tipo Bob Marley però in napoletano. Dopo quel progetto, ho abbracciato quello dal nome Akusticando, con l’esecuzione delle più belle canzoni di tutte le epoche, una sorta di viaggio musicale multietnico intorno al mondo, eseguendo brani di Bob Dylan, Bob Marley, Pino Daniele, Youssou N’Dour e Cheb Khaled. Poi ho il mio quintetto di sassofono, siamo cinque sassofoni più contrabbasso, batteria e pianoforte, con cui abbiamo fatto anche un intervento a Rai Radio3 con Pino Saulo”.

Qual è la sua filosofia di vita?

“Lavorare il meno possibile, anche se il lavoro è la propria passione. È importante lasciarsi del tempo da dedicare a sé stessi e, subito dopo, a quelli a cui vuoi bene. In questo sono un commerciante anomalo”.

Come si trova a Ponte Milvio Antiquariato?

“Benissimo, per me è il posto migliore, perché è quello che mi occupa meno tempo. Per esempio, la fiera di Parma la soffro molto perché dura dodici giorni, oltre a starci dietro un mese e mezzo prima per fare i restauri. Ponte Milvio Antiquariato è la mia situazione ideale, è gestito da bravissime persone, forse anche troppo brave. Mi trovo come a casa, come se fosse una famiglia. Mi sento anche coccolato. Vero è che è un mercato che andrebbe migliorato. È nel cuore di Roma e ha grosse potenzialità. Va bene il giorno, la domenica, anche mezza giornata, ma il livello degli espositori andrebbe innalzato in modo da attrarre un pubblico non solo locale. Molti anni fa i clienti da fuori Roma venivano con maggiore frequenza e in numero quantitativamente importante. Sto vedendo ora da parte degli organizzatori segni di buona volontà a rendere il mercato più di qualità, più ampio e più interessante per attrarre più pubblico. Stanno spingendo il pedale sull’acceleratore e spero che questo porti a dei risultati presto. Sottolineo che a me Ponte Milvio Antiquariato va bene già così, però, se dobbiamo parlare di cose da perfezionare, la qualità e il numero degli espositori va migliorata”.

I non intenditori come possono capire che stanno acquistando un mobile di qualità?

“Consiglierei di andare da un professionista onesto e competente e di farsi scrivere sempre due righe sull’oggetto che si acquista; per acquisti con cifre impegnative anche di richiedere una certificazione di autenticità”.

Uno slogan per la sua attività?

“Visto che noi vendiamo la storia insita nell’oggetto, che è una verità non manipolabile, direi: oggetto uguale storia vera”.

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