Le tele di Francesca Colantoni: un’esperienza sensoriale a 360°

Di Nerolla

Margherite ribelli, bosco incantato, fiori-gioiello o hanami (termine giapponese che si riferisce al godere della bellezza della fioritura primaverile degli alberi) sono alcuni dei titoli delle opere dell’artista Francesca Colantoni, romana classe 1973, che ha tratto dalla passione per la natura il suo progetto “Trame di materia”, tele da ammirare e, anche, da toccare al punto da dire che le sue opere vengono godute nella loro interezza solo dal vivo. “Purtroppo, i social e il web in generale non funzionano molto in pittura, perché il quadro va visto di persona. Io fotografo anche i particolari dei miei quadri a rilievo, però secondo me il quadro rispetto agli altri oggetti va visto solo dal vivo. Il mio quadro, in più, lo puoi toccare, anche se col Covid disincentivo ultimamente, però quando vedo le persone particolarmente interessate ovviamente glielo faccio fare”.

Francesca Colantoni, come ti sei avvicinata all’arte?

“Nel lontano 2006 io dovevo fare dei regali di Natale a dei parenti e li volevo diversi dai soliti, così mi sono inventata piccoli quadri in rilievo. All’epoca traevo ispirazione dal mio percorso scolastico, soprattutto universitario, perché io sono laureata in Archeologia; quindi, presi dei temi dell’arte rupestre mondiale e li riproposi in forma di quadro, ovviamente sempre in rilievo, con vari materiali che adesso neanche uso più, ero diciamo un po’ meno professionale di ora”.

Qual è il tuo approccio alla pittura?

“Soprattutto sperimentale, cioè vale a dire guardare sempre con occhi attenti i materiali che possono dare identità ai miei quadri, selezionando i più idonei. Varie volte ho fatto dei tentativi, magari non riusciti con alcuni materiali e ben riusciti con altri”.

Qualche esempio di materiali?

“Uso soprattutto paste professionali per Belle Arti. All’inizio avevo provato anche a fare qualcosa con la sabbia, ovviamente non era adatta perché il quadro alla fine non risultava così bello come utilizzando queste paste professionali che compro proprio nei negozi di Belle Arti, alcune tra l’altro me le faccio arrivare anche dall’estero. Quindi ho provato varie cose, ma non escludo che continuerò a provare. Vorrei, ad esempio, provare tutte quelle paste siliconiche o comunque a livello più chimico, perché queste che uso ora sono a base di acqua. Il mio è sempre un continuo sperimentare”.

Quali sono i tuoi modelli di riferimento?

“In realtà, devo dire nessuno, perché io sono autodidatta e questa tecnica me la sono proprio creata da sola, sperimentando, quindi in realtà non ho mai né copiato i soggetti né copiato le paste. Io andavo per esempio al negozio Agostinelli di Belle Arti e magari girando per gli scaffali, vedendo delle paste, con alcune magari mi veniva subito in mente cosa ci potevo fare, con altre le compravo in attesa di farmi venire qualche idea. Quindi, in realtà, no, modelli di riferimento nessuno, completamente autodidatta”.

Quali sono i soggetti che ami di più realizzare?

“I paesaggi naturali, quelli sì, perché mi piace molto la natura. Poi, tra l’altro, oltre a piacermi la natura, volevo distinguermi. Questo è avvenuto in maniera naturale, non consciamente, però mi sono resa conto a posteriori che mi sono distinta dai miei colleghi perché, ovviamente, vanno molto i paesaggi urbani, i ritratti, i paesaggi naturali quelli soliti classici; quindi, io volevo introdurre qualcosa di nuovo e che la gente apprezzasse la diversità”.

Come i girasoli di Vincent van Gogh e le ninfee di Claude Monet, il soggetto che ti distingue sono i gatti?

“No, in realtà, no. Io ho cominciato il mio percorso artistico privilegiando la figura dell’albero, poi sono passata ai fiori, arricchendo i quadri di dimensioni medio-piccole di vasi di fiori o paesaggi con albero più fiori. I gatti li ho aggiunti dopo, ma per l’amore che provo per i gatti, avendone avuti sempre fin dalla tenera età di 6 anni, e poi perché ho visto che c’era un riscontro. Ogni tanto io aggiungo qualcosa, ma preponderante è più il lato paesaggistico, tipo alberi e fiori, che sono la parte della mia produzione più importante”.

C’è un paesaggio che hai interiorizzato particolarmente?

“A me piace molto il paesaggio con l’albero e il prato con i fiori, soprattutto quelli rossi, gialli. Mi piace proprio farli, mi crea benessere mentre li faccio, mi rilasso anche se è un lavoro molto certosino, quindi, bisogna essere molto concentrati nella realizzazione, perché ci si mette poco per sbattere con la mano o con il polso con le paste ancora fresche e quindi rovinare il quadro, bisogna lavorare con molta attenzione, però nel frattempo contemporaneamente mi rilasso, mi fa star bene. Purtroppo, la realizzazione comporta tempi lunghi, se fosse per me farei tanti quadri contemporaneamente, però non riesco a fare una produzione più elevata, servono tempi di attesa lunghi”.

Immagino soprattutto perché deve asciugare la tela…

“Deve asciugare soprattutto, perché io poi faccio il mio fondo a pennello, il mio disegno a matita a mano libera e poi riempio tutto questo disegno con le paste. Ci sono vari step nel lavoro, quindi prima, ad esempio, faccio l’albero, poi le foglie, i fiori; quindi, nel frattempo c’è il periodo di asciugatura e quindi io il quadro non lo posso toccare, quindi è un po’ complicato”.

Un tuo vezzo? Tipo il pennello che adoperi sempre, ad esempio?

“Ho uno strumento preferito che è la spatola, perché poi tra l’altro la mia pittura può essere definita ‘pittoscultura’ perché in realtà è un rilievo su tela”.

Da qui deriva il nome “Trame di materia” che hai dato al progetto?

“Sì, quello l’ho scelto perché siccome io uso prodotti materici che stimolano il tatto, volevo trovare un nome che si abbinasse bene con questa esperienza sensoriale”.

Da quando hai cominciato ad esporre a Ponte Milvio?

“Io ho cominciato ad esporre dal 2017, prima andavo e venivo oscillando tra altre location, mostre di pittura in giro per Roma, sempre su strada. Poi ho cominciato ad essere a Ponte Milvio con più frequenza da prima della pandemia. Dal 2020 volevo esserci sempre, poi è successo quello che è successo, ma comunque da allora in maniera continuativa sono a Ponte Milvio”.

Come ti trovi in via Capoprati?

“Mi trovo bene, perché ci sono due lati che apprezzo molto: la vivacità del mercato e l’ambiente naturale in cui il mercato è incastonato. È una location perfetta per i miei quadri”.

Quali sono le tue opere più richieste?

“In realtà non ce n’è proprio una, forse ultimamente piacciono molto i quadri con i fiori, cioè albero più prato che produco da un anno, due, perché è un formato medio che magari tutti si possono permettere. Ultimamente i quadri grandi, vista anche la crisi della nostra società da vari punti di vista, sono un po’ più complicati da vendere”.

Il complimento più bello che hai ricevuto?

“Finalmente vedo una cosa che non ho mai visto. Finalmente qualcosa di nuovo”.

Il motto che racchiude il tuo sentire artistico?

“Amare incondizionatamente la natura incontaminata. Ovviamente la natura si trova dappertutto, anche quando giriamo per il quartiere si riesce a vedere la bellezza in ogni angolo, però certo in campagna è molto meglio, si respira anche l’aria che è più buona, oltre a godere con gli occhi di una vista notevole”.

Per caso vivi in campagna o sei un’appassionata di trekking?

“Purtroppo, vivo in città, in un condominio come tutti. Però mi piace molto andare a fare passeggiate all’aria aperta, in campagna, per percorsi naturalistici e naturalistico-archeologici, perché vengo da studi classici, e mi piace ogni tanto rientrare nel mio percorso di studi”.

C’è un periodo storico a cui sei più legata?

“Io mi sono laureata in preistoria, quindi sono proprio legata a quel periodo. Ho fatto la maggior parte degli scavi archeologici, però, di epoca romana, perché qui ce ne sono pochi di scavi preistorici”.

Una tua riflessione di ciò che rimane della preistoria in noi, un sentire che si rispecchia nella società di oggi, visto che tu hai ripreso da lì il tuo segno, il tuo tratto?

“Gli uomini preistorici erano cacciatori e raccoglitori, amavano molto la natura, la dovevano amare perché ne traevano beneficio e sussistenza. Purtroppo, oggi come oggi in realtà si è un po’ perso tutto questo, dovremmo ritornare ad amare la natura perché solo attraverso di essa possiamo sopravvivere. Purtroppo, non è rimasta in noi una memoria storica, invece dovremmo ricercare le nostre origini naturali nel nostro genoma”.

Torna su