“La fabbrica dei sogni”

di Nerolla

Si cammina spesso distratti pensando ad altro e non alla strada. Domenica scorsa la studentessa Luna era a Roma e camminava sul Lungotevere Flaminio. Era proprio sovrappensiero e, dimentica della sua meta, ha iniziato a seguire il suono di una chitarra e di una fisarmonica. Così, passo dopo passo, ha percorso da piazzale Cardinal Consalvi tutto Ponte Milvio, come se quelle note fossero state per lei la fiabesca tavoletta di cioccolata avvolta in carta d’oro di Charlie o il coniglio bianco dagli occhi rosei di Alice. Avvolta dai suoi pensieri si è ritrovata catapultata in un mondo che le apparve fatato, una sorta di fabbrica dei sogni. Ha visto monili di principesse, troni reali e volumi scritti da amanuensi. Le sembrava il mondo descritto nei libri, la terra delle invenzioni e della creatività, la storia di quello che siamo stati e che siamo. L’hanno colpita abat-jour fatte di bottoni colorati scartati da un sarto e lampade ricavate da vecchie biciclette come se fossero invenzioni di Archimede. Ha rivisto salotti dal design anni Settanta, uguali a quello in casa della nonna, e calamai in legno che le ricordavano la scrivania del nonno. La sua attenzione, poi, è stata richiamata dal suono di vecchi grammofoni e vinili, così come da cornici dorate in attesa della tela che le avrebbe valorizzate. Ad un certo punto una scultura di donna sembrava la fissasse negli occhi quasi interrogandola sul perché lei fosse lì, mentre una sorta di fauno color bronzo alzava le mani in aria come a sbracciarsi e a dirle di continuare a stupirsi. Allora Luna, per procedere, afferrò d’impulso una vecchia lanterna e, sulle orme del filosofo Diogene, cominciò a camminare in pieno giorno con questa ulteriore luce per cercare la felicità. D’un tratto, guardandosi attorno, capì che era circondata da reale gioia: su banchi variopinti si offriva allo sguardo un caleidoscopico mondo di curiosità. Quando una telefonata la destò dal suo immaginare di essere una star del cinema anni Cinquanta o un personaggio della tv come Sbirulino, capì che avrebbe dovuto abbandonare, controvoglia, quella banchina di Ponte Milvio Antiquariato che era straordinariamente magica. Riattraversando il fiume, però, la scritta sul muro “insieme per sempre”, forse lasciata da qualche innamorato, la rincuorò: sarebbe sicuramente tornata e ritornata nella sua personale fabbrica dei sogni per fantasticare ad occhi aperti.

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